Perché un manifesto? Cui prodest?
Forse questa pagina avrebbe potuto essere intitolata, più modestamente, "Per una musica approssimativa" o ancora "La mia musica approssimativa". Chiedo perdono, ma questo titolo voleva essere solo un omaggio alla notevole tradizione dei manifesti radicali del secolo scorso. Nessuna presunzione.

Premetto che (fortunatamente?) non esiste nessuna scena approssimativa e nessuna musica approssimativa, se non quella che approssimativa suona, vuoi per imperizia vuoi per scelta.
La musica è approssimativa quando l'interprete non si cura di alcuni particolari che sfuggono al suo controllo durante la performance (errori ritenuti "veniali" come leggere scordature o fuori tempo o qualche nota stonata). Questo non vuol dire eliminare ogni filtro sui takes sbagliati e licenziare tutta la spazzatura che si riesce a registrare. Gli errori, per potere essere perdonati, devono essere "veniali" e non devono compromettere il senso musicale - che rimane sempre l'obiettivo principale. La musica approssimativa è lontana dalla logica naif del buona la prima a tutti i costi. Si può registrare una sequenza di dieci secondi per 30 volte e poi tenere un take che contiene un paio di errori, se quel take è ritenuto rappresentativo dell'idea che si voleva realizzare e se si ritiene che possa suggerire quell'idea a chi ascolta.

Gli errori menzionati sopra hanno un alto potenziale di straniamento e possono essere usati in maniera creativa e funzionale al discorso musicale. Infatti, quando si è già ascoltato un brano contenente uno di questi errori, chi riascolta prova uno stato di tensione crescente fino al momento dell'errore stesso, che si configura quindi come picco emotivo e come tale può legittimamente essere usato.

Gli "imprevisti" della realizzazione, non sono, naturalmente, programmati. Chi decide che ne possano restare visibili le tracce lo fa perché

la loro presenza sottolinea una condotta [...] vigorosa e rapida, che è all'opposto, nella sua "spezzatura", della pratica meticolosa dell'artigiano [...], ed è l'espressione, molto più che dell'abilità esecutiva, dell'invenzione e dello slancio dell'ispirazione. L'imperfezione dell'esecuzione, l'"errore", si configurano così come un tratto di stile, espressione di una poetica, manifestazioni a un tempo di una [...] produzione di effetti e di una soggettività creatrice che ne è all'origine. (E. Gigante, Il pittore e lo spettatore. Forme dell'enunciazione enunciata negli affreschi di Luca Signorelli a Orvieto, in L. Corrain (a cura di) «Leggere l'opera d'arte II», Bologna, Esculapio, 2002.)